Santa Famiglia

Cosa leggiamo oggi nel Vangelo di Matteo 2,13-15

“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre”

Dopo la visita dei Magi, un angelo appare in sogno a Giuseppe e gli ordina di fuggire in Egitto con Maria e il bambino, perché Erode cerca di ucciderlo. La scena culmina con la citazione del profeta Osea: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Matteo vede nella vita di Gesù un compimento della storia del popolo. Israele era stato liberato dall’Egitto, ora anche Gesù passa dall’Egitto, ma come figlio che porta a compimento la storia della salvezza.

Giuseppe, modello di obbedienza non indugia ma si mette subito in viaggio. Il Signore parla a Giuseppe in sogno, cioè nella parte più fragile e meno controllabile di noi. Questo suggerisce che i passi più importanti del nostro cammino si giocano nell’ascolto, non nelle nostre forze, ma nella fiducia. Come nel resto dei “racconti dell’infanzia”, Giuseppe non pronuncia parole, ma agisce prontamente. È l’uomo che ascolta Dio e protegge la vita, anche a costo di sacrifici e incertezza.

La famiglia di Gesù diventa profuga, minacciata dalla violenza del potere. L’incarnazione passa attraverso l’esperienza concreta e drammatica degli esuli.

Nel Vangelo dell’infanzia, la Santa Famiglia non è collocata in un presepe tranquillo, ma in una vita sconvolta: c’è una fuga, c’è paura, c’è un potere ostile. Giuseppe è costretto a prendere il bambino e Maria e scappare verso l’Egitto. Il Vangelo però ci insegna che la storia della salvezza non si ferma davanti al male, perché Dio guida anche quando tutto sembra degenerare.

Il Vangelo di oggi ci presenta una scena che stupisce e ci scuote: Gesù, il Figlio di Dio, è costretto a fuggire. Non c’è gloria, non c’è trionfo, ma un’oscurità, una paura, una partenza improvvisa. Dio entra nella storia non eliminando il male, ma attraversandolo.

Giuseppe riceve l’ordine dell’angelo e si alza. Non parla, non discute, non chiede spiegazioni. Si fida. La sua fede non è fatta di grandi parole, ma di obbedienza concreta. Protegge la vita fragile che gli è stata affidata, anche quando questo significa lasciare la propria terra e diventare straniero.

Gesù conosce fin dall’inizio cosa significa essere rifiutato, minacciato, costretto a scappare. È un Dio che si fa vicino a tutte le famiglie ferite, agli esiliati, a chi vive l’insicurezza e la paura. Nessuna sofferenza umana gli è estranea.

Eppure, anche in questo momento oscuro, Dio è all’opera. La fuga in Egitto non è una sconfitta ma è il compimento della Scrittura. Dio scrive la salvezza anche attraverso sentieri che non comprendiamo subito ma, là dove sembra esserci solo fuga, Dio sta preparando la liberazione dell’uomo.

Questo Vangelo ci interpella: siamo capaci di fidarci di Dio quando ci chiede di “alzarsi” e partire? Quando ci invita a cambiare, a lasciare ciò che ci è familiare per custodire ciò che conta davvero?
Giuseppe ci insegna che la vera fede non elimina le difficoltà, ma ci mette in cammino dentro di esse, con Dio accanto.

Cosa intendiamo per Santa Famiglia

Come potremmo descrivere cosa si intende per Santa Famiglia di Nazareth, dove Dio è nato per noi?

La Santa Famiglia dal Magistero è presentata come:

  • icona dell’Incarnazione(Lumen Gentium 52–53),
  • scuola del Vangelo(Redemptoris Mater 21),
  • casa in cui la grazia diventa storia(Redemptoris Custos 1),
  • modello della Chiesa e delle famiglie cristiane(Marialis Cultus 25; Patris Corde intero testo).

In essa Dio rivela che la redenzione non si compie accanto all’umano, ma dentro l’umano, nella forma essenziale della comunione familiare.
Nazareth non è solo un luogo; è una forma teologica della vita cristiana, un principio interpretativo dell’esistenza alla luce dell’Incarnazione.

Indubbiamente è chiamata “santa” perché è abitata dalla presenza di Dio, Gesù è Dio fatto uomo, Maria è la Madre del Signore e Giuseppe è il suo custode. È modello di vita cristiana, poiché unisce la Fede con l’ascolto e l’obbedienza a Dio da parte di Giuseppe e Maria. In essa c’è amore, cura reciproca e vocazione dato che ognuno compie il proprio ruolo secondo il disegno di Dio

La Santa Famiglia è un esempio per tutte le famiglie cristiane perché insegna a vivere con fede, speranza e carità nella vita quotidiana, è un modello di virtù familiare che si manifesta con l’amore, la cura e l’educazione dei figli, la preghiera e il rispetto dei valori religiosi

La Santa Famiglia simboleggia la chiesa domestica, cioè la famiglia come “piccola chiesa”, in cui si vive la vita cristiana quotidiana. Mostra che la santità non è solo nei grandi gesti, ma anche nella vita ordinaria come il lavoro, la preghiera, l’educazione, i sacrifici e l’amore vicendevole.

Nazareth, come scuola del Verbo incarnato

La Santa Famiglia di Nazareth – Gesù, Maria e Giuseppe – è più di un semplice ricordo storico, è icona vivente del progetto di Dio sull’umanità.
Nel silenzio della loro casa si è svolta la parte più lunga e nascosta della vita di Cristo, quella che Giovanni Paolo II definiva “la prima e grande scuola del Vangelo”.
Nazareth è il luogo in cui il Verbo impara a parlare, in cui il Creatore sperimenta la creatura, in cui l’amore trinitario prende forma in una quotidianità umile e laboriosa.

Il Verbo eterno, Colui che regge l’universo, ha imparato le parole sulle labbra di Maria.
Colui che ha plasmato la terra con le sue mani, ha imparato a lavorare nella bottega di Giuseppe.

Redemptoris Mater 20 indica che la crescita umana di Cristo avviene «nella casa di Nazareth sotto la materna guida di Maria».
È un insegnamento prezioso perché Maria non genera solo il corpo del Signore, ma ne accompagna la formazione umana, come richiesto dalla vera Incarnazione.

E così Dio ci dice che non c’è nulla di troppo piccolo, nulla di troppo ordinario, che non possa diventare luogo della sua presenza. Il quotidiano è il “Nazareth” dove il Signore desidera incontrarci.

[…] La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare.
Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo.
Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazareth.
In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto.
Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore. […]
(Paolo VI, Nazaret, 5 gennaio 1964)

Una famiglia formata da Dio stesso

A differenza di ogni altra famiglia, la Santa Famiglia è istituita direttamente dall’azione divina. Il mistero che celebriamo è questo: Dio non solo si è fatto uomo, ma ha scelto di crescere dentro una famiglia.

Gesù

In Gesù riconosciamo il Figlio eterno, che ha voluto crescere “in sapienza, età e grazia” dentro un tessuto di relazioni umane vere. L’obbedienza di Gesù, che, pur essendo Figlio di Dio, si sottomette alla volontà del Padre e cresce in famiglia come un bambino normale con amore e rispetto verso Maria e Giuseppe e onora il loro ruolo educativo. Gesù ci insegna che la santità si manifesta anche nella vita quotidiana, nell’amore verso i genitori e nel compimento del dovere con gioia.

Il Figlio eterno impara e conoscere come un semplice uomo impara a camminare, a parlare, a lavorare, a pregare. A Nazareth egli abbraccia completamente la condizione umana, santifica il lavoro delle mani, mostrando che la crescita umana è parte della missione divina. Il suo crescere in una famiglia insegna che la grazia non elimina la natura, ma la assume e la porta alla sua pienezza.

Gesù vive trent’anni di vita nascosta, trent’anni in cui cresce, apprende, ascolta, obbedisce.

Qui comprendiamo che la santità non nasce soltanto nei momenti straordinari, ma nel quotidiano vissuto con amore, nei doveri compiuti con fedeltà, nelle prove affrontate con pazienza, nei piccoli atti di generosità che nessuno vede.

Nazareth è la “scuola” dove Gesù ci insegna che la volontà del Padre si compie nella semplicità di ogni giorno.

Maria

In Maria vediamo il cuore contemplativo che custodisce e medita ogni cosa. Ella “custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).
La sua maternità non è semplice funzione biologica, è pienezza di fede, è il luogo in cui la grazia trova spazio.

Maria ci insegna che la casa diventa santa quando è abitata da chi sa ascoltare Dio e lascia che la sua Parola trasformi la vita quotidiana. La sua presenza discreta, forte nella dolcezza, ci invita a far diventare ogni gesto un “fiat” ripetuto: Signore, sia fatto di me secondo la tua parola.

In Maria contempliamo la piena disponibilità alla grazia, la creatura che accoglie senza riserve il progetto di Dio. La fede di Maria accoglie il piano di Dio con il famoso “Fiat”, fidandosi completamente del Signore.

Il Concilio Vaticano II afferma con chiarezza che Maria, con il suo «fiat», coopera «alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza» (Lumen Gentium, 56).
L’Incarnazione è dunque evento di alleanza perchè in lei la libertà dell’uomo accoglie l’iniziativa divina.

Giovanni Paolo II ribadisce questo nel n. 13 di Redemptoris Mater: “Nel mistero di Cristo ella è presente fin dall’inizio come colei che ha trovato grazia presso Dio”. Maria non è semplice spettatrice del mistero, ma luogo teologale in cui il Verbo prende dimora.

Nella sua umiltà e docilità, non rivendica privilegi ma accompagna Gesù e Giuseppe nella quotidianità, con cura e amore. Maria ci insegna a rispondere a Dio con fiducia, a vivere l’umiltà e a sostenere chi ci sta vicino nella vita familiare e spirituale. Maria è il centro spirituale della casa, non per potere o controllo, ma per pienezza di amore. Ella insegna la gratuità, forma Gesù nella tenerezza e nella forza, offre a Giuseppe sostegno e fiducia, trasforma ogni gesto domestico in atto di adorazione. Il suo “fiat” risuona ogni giorno, non solo nell’Annunciazione, ma nel cucinare, nel cucire, nel prendersi cura di Gesù. Con lei la casa diventa tempio dell’Emmanuele.

Il Concilio Vaticano II afferma che Maria è «immagine e inizio della Chiesa» (Lumen Gentium, 63).
È vergine, sposa e madre: queste tre dimensioni diventano le tre forme fondamentali della vita ecclesiale.

Paolo VI in Marialis Cultus 17 dichiara: “Nel volto materno della Vergine la Chiesa contempla ciò che essa stessa è chiamata a essere”.

Maria è dunque criterio e modello della Chiesa domestica la quale rappresenta la grazia che accoglie, la fede che genera, la Chiesa nascente.

Giuseppe

E poi c’è Giuseppe, l’uomo giusto, il custode. Di lui i Vangeli dicono poco, ma quel silenzio parla più di mille discorsi. Giuseppe vive la paternità come responsabilità ricevuta da Dio, non è una figura accessoria ma è voluto da Dio.
Non genera Gesù secondo la carne, ma secondo la missione. La sua autorità è umile, operosa, interamente trasformata in protezione e guida.

Egli esercita una paternità legale, questa permette a Gesù di appartenere alla discendenza davidica, essere riconosciuto come membro del popolo dell’Alleanza, entrare nella storia attraverso una genealogia concreta. La paternità di Giuseppe è dunque strumento della storia della salvezza.

Giovanni Paolo II, nella Redemptoris Custos, mette al centro proprio la paternità di Giuseppe come paternità “legale, ma reale ed effettiva” (RC 7–8).
La genealogia davidica è conferita a Cristo «attraverso Giuseppe» (RC 40): egli è anello necessario della storia della salvezza, non figura ornamentale.

Il ConcilioVaticano II lo definisce “capo della Famiglia di Nazareth” (Lumen Gentium 56).
Redemptoris Custos 1 lo presenta come «uomo giusto» che Dio pone a custodia dei suoi tesori più preziosi:

  • Gesù, il Verbo incarnato,
  • Maria, la Vergine Madre.

Giuseppe diventa così custos Redemptoris (custode del Redentore), titolo che ne esprime l’identità teologica.

In Giuseppe vediamo:

  • La fede che obbedisce nel silenzio, l’uomo giusto che fa spazio a un mistero più grande di lui.
  • Giuseppe con la protezione e il senso di responsabilità custodisce Maria e Gesù, li protegge dai pericoli e provvede al loro sostentamento.
  • Con la prudenza e obbedienza che gli è solita egli ascolta le indicazioni divine e, come indicato nei sogni dell’angelo, agisce prontamente.

Giuseppe mostra come l’amore paterno e la fedeltà al dovere siano una forma di santità, anche nella vita ordinaria e silenziosa. Giuseppe incarna la paternità come servizio e non come possesso, egli protegge senza soffocare, guida senza dominare, ama senza parlare di sé. È l’uomo che vive la propria vocazione nel silenzio, non perché non abbia nulla da dire, ma perché sa che la Parola è già presente nella sua casa.
In lui ogni padre può riconoscere la verità della propria missione quella di custodire la vita con fedeltà operosa.

Giuseppe svolge un ruolo essenziale nella teologia del lavoro cristiano, egli santifica la fatica del vivere, mostra che il lavoro è cooperazione con il Creatore, offre un modello di dignità e sobrietà. La bottega di Nazareth diventa un luogo di manifestazione della santificazione del lavoro umano.
Quanti padri, quanti educatori potrebbero attingere a questo modello, non possedere, ma custodire, non imporre, ma accompagnare; non dominare, ma servire la vita che Dio affida loro.

Il Magistero collega Giuseppe al mondo del lavoro già con Leone XIII (Quamquam Pluries) e poi con Giovanni Paolo II. In Redemptoris Custos 22 leggiamo: “Il lavoro di Giuseppe è partecipazione alla stessa opera salvifica di Gesù.” Qui la teologia del lavoro è innalzata a dignità partecipativa, il lavoro quotidiano, la famiglia vive una forma concreta di comunione con la missione divina.

Giuseppe, dunque, rappresenta la fede che custodisce, la paternità che serve, la vita operosa del quotidiano redento.

È la comunione profonda che lega Gesù, Maria e Giuseppe

Maria e Giuseppe non sono figure marginali della Santa Famiglia, ma pilastri teologici dell’Incarnazione:

  • Maria rappresenta l’accoglienza della grazia.
  • Giuseppe rappresenta la custodia del mistero.

Insieme mostrano che la famiglia non è solo contesto umano della rivelazione, ma luogo scelto da Dio per manifestare la sua logica con la grazia che opera, la libertà che risponde, l’amore che si dona.

In questa comunione di tre persone si rivela il congiungersi del divino e dell’umano perché Dio non salva l’umanità dall’esterno, ma entrando nel tessuto più semplice e universale della vita: una famiglia.

Nazareth non è uno scenario casuale, è il luogo scelto da Dio per custodire il mistero della sua presenza nel mondo.

La Santa Famiglia vive:

  • in povertà senza miseria,
  • con il lavoro senza idolatria,
  • in silenzio senza isolamento,
  • in semplicità senza mediocrità.

Questa povertà evangelica non è rinuncia sterile, ma pienezza di fiducia, è il clima nel quale l’amore di Dio può farsi storia.
A Nazareth impariamo che la santità non dipende dall’eccezionalità degli eventi, ma dalla fedeltà.

Maria custodisce e medita ogni cosa nel cuore. Giuseppe ascolta la voce di Dio vegliando nei sogni, Gesù, sottomesso ai genitori, vive l’obbedienza come forma di amore.

La comunione familiare di Nazareth non è una fusione sentimentale, ma la convergenza di tre vocazioni diverse unite verso un’unica missione. È il modello di ogni famiglia cristiana, non uguaglianza di ruoli, ma unità di cuore.

La Santa Famiglia non è un ideale irraggiungibile, ma esemplare della vocazione familiare. Ogni famiglia è chiamata a custodire la vita, vivere la fede nel quotidiano, trasformare la casa in luogo di perdono, ascolto e preghiera, educare all’amore mediante l’esempio. Nazareth insegna che la santità domestica nasce dalla presenza di Dio nelle relazioni, non da una perfezione senza fragilità.

La famiglia nell’economia della salvezza

La rivelazione cristiana non presenta la Santa Famiglia come semplice cornice storica dell’infanzia di Gesù, ma come luogo teologico, ossia spazio nel quale si manifesta un tratto essenziale dell’economia della salvezza.
Nel mistero di Nazareth si esprime la logica dell’Incarnazione.

  • Assunzione piena dell’umano: il Figlio non assume l’umanità in modo astratto, bensì nella sua vera struttura umana. La famiglia appare dunque come ciò che permette al Verbo di vivere la crescita, la dipendenza, l’apprendimento, la socializzazione e la tradizione religiosa d’Israele.
  • Rivelazione della logica trinitaria: la comunione familiare di Gesù, Maria e Giuseppe non è semplice imitazione della Trinità, ma trasparenza storica di alcune sue dimensioni: la reciprocità nell’amore, la sottomissione filiale non come diminuzione, ma come forma dell’amore, la missione condivisa.

Questo racchiude conseguenze teologiche, di conseguenza l’Incarnazione assume un volto familiare perché Dio è comunione e chiama l’uomo alla comunione.

  • In Maria si rende visibile la pienezza dell’azione preveniente della grazia.

La maternità divina non è solo un ruolo, ma un evento teologico, infatti, la Vergine diventa il luogo dell’unione ipostatica. Nazareth è il punto in cui l’eternità entra nel tempo attraverso una libera risposta umana. In Maria l’ascolto, l’accoglienza, diventano strutture della vita ecclesiale. La Santa Famiglia è così anche icona della Chiesa domestica, anticipazione della comunità dei credenti.

  • La figura di Giuseppe evidenzia la dimensione giuridica e cultuale dell’Incarnazione,

In quanto padre legale, Giuseppe: inserisce Gesù nella discendenza davidica (dimensione messianica), garantisce la piena appartenenza del Figlio alla storia e all’economia della promessa, esercita un’autorità che non deriva dalla generazione biologica ma dalla missione ricevuta da Dio. Il silenzio di Giuseppe non è mutismo narrativo, ma obbedienza teologica: la sua autorità è una forma di diaconia la quale custodisce il mistero senza appropriarsene e diventando paradigma della paternità come servizio al disegno salvifico.

  • La vita nascosta di Gesù non è una parentesi, ma parte integrante della sua missione.

A Nazareth Gesù cresce “in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52).
La teologia classica afferma che il Verbo, pur nella sua scienza divina, impara realmente, attraverso l’esperienza sensibile, l’osservazione, la tradizione culturale di Israele e la formazione familiare. Questo radica ulteriormente la salvezza nella concretezza dell’umano.  L’obbedienza di Gesù a Maria e Giuseppe è anticipazione dell’obbedienza al Padre fino alla croce.
La casa di Nazareth diventa prefigurazione del mistero pasquale, dove l’amore si esprime come dono di sé nella vita ordinaria prima che nel sacrificio ultimo.

Il matrimonio cristiano

Dal punto di vista sacramentale, la Santa Famiglia non è modello nel senso di identità di condizioni – Maria e Giuseppe non vivono un matrimonio ordinario – ma modello della forma che ogni famiglia è chiamata ad assumere come:

  • apertura alla vita come cooperazione con Dio,
  • autorità come servizio,
  • castità come integrazione e trasparenza dell’amore,
  • lavoro come partecipazione all’opera creatrice,
  • educazione come trasmissione del senso di Dio.
  • apertura al dono della vita,
  • fedeltà reciproca,
  • perdono ricorrente,
  • preghiera che sostiene,
  • lavoro che unisce,
  • servizio che fa crescere.

Non ci è chiesto di essere perfetti, ma di far entrare Dio nelle nostre case come entrò nella casa di Nazareth. Nella casa di Nazareth la comunione non era assenza di problemi, ma presenza di Dio che trasformava ogni cosa.

In questo senso la famiglia cristiana, elevata da Cristo a sacramento, trova in Nazareth l’archetipo spirituale della propria missione.

La Santa Famiglia di Nazareth è il luogo in cui si incontrano:

  • cristologia (il Verbo incarnato),
  • mariologia (la piena cooperazione della creatura),
  • teologia della paternità (il servizio custode di Giuseppe),
  • ecclesiologia (la Chiesa nascente),
  • antropologia (la struttura relazionale dell’uomo).

In essa Dio rivela che la redenzione non si compie accanto all’umano, ma dentro l’umano, nella forma essenziale della comunione familiare.
Nazareth non è solo un luogo, è una forma teologica della vita cristiana, un principio interpretativo dell’esistenza alla luce dell’Incarnazione.

  • LaSanta Famiglia è il luogo in cui Dio si è incarnato nel Figlio di Maria.
  • È chiamata “santa” perché èabitata dalla presenza di Dio: Gesù è Dio fatto uomo, Maria è la Madre del Signore e Giuseppe è il suo custode.
  • Essa è modello divita cristiana e virtù, poiché unisce la Fede: l’ascolto e obbedienza a Dio, l’amore e la cura reciproca, la protezione, il sostegno e l’affetto tra i membri e la Vocazione in quanto ognuno compie il proprio ruolo secondo il disegno di Dio.
  • La Santa Famiglia èesempio per tutte le famiglie cristiane, insegna a vivere con fede, speranza e carità nella vita quotidiana.

Appunto Spirituale

Forse anche noi siamo tra l’Egitto e la Terra promessa, tra paure e promesse.
Forse anche noi viviamo un silenzio di Dio che fatichiamo a capire.
Forse anche noi ci accorgiamo che il male che ci ferisce parte prima di tutto dal cuore.

Allora il Vangelo ci invita a tre passi semplici:

  • Ascoltare, come Giuseppe.
    Lasciare che Dio parli nei nostri sogni, nelle intuizioni buone, nella coscienza.
  • Guardarci dentrocome chiede Gesù.
    Non temere la verità del nostro cuore, perché Dio non condanna ma guarisce.
  • Pregare con fede perseverante come Maria.
    Anche quando Dio tace, continuare a bussare perché il silenzio non è assenza, ma preparazione.

Riflessioni dei Santi

Giovanni Crisostomo indica il contrasto tra l’ira di Erode e l’umiltà della Santa Famiglia, Dio vince il potente non con la forza ma con la debolezza. Per lui la Santa Famiglia è modello disobrietà, lavoro e fiducia in Dio. Il silenzio di Giuseppe è la sua più grande predicazione.

«Vedi come il re assiso sul trono trema davanti a un Bambino? E colui che regge tutto l’universo fugge davanti alla sua furia omicida. Così Dio confonde la potenza con la debolezza.» (Giovanni Crisostomo, Omelie su Matteo, Hom. 8,3).

«Guarda come la Vergine, Giuseppe e il Bambino non hanno nulla di superfluo, ma tutto ciò che è necessario. Così Dio insegna fin dall’inizio la via della semplicità.»
(Giovanni Crisostomo, Omelia su Matteo, Hom. 8).

«Giuseppe non disse: “Perché?”, ma fece ciò che gli era stato comandato.»
(Giovanni Crisostomo, Omelia su Matteo, Hom. 4)

Per Sant’Ilario di Poitiers, la figura di Giuseppe mostra la docilità necessaria per custodire il mistero di Cristo. La sua obbedienza immediata manifesta che la salvezza avanza quando l’uomo non oppone resistenza alla volontà di Dio.

«Giuseppe non discute, non indugia, ma all’ordine dell’angelo subito fugge: la fede obbediente è rifugio al Salvatore.» (Sant’Ilario di Poitiers Commento a Matteo, 2,13).

Agostino sottolinea che la vera unità della Santa Famiglia non è solo biologica, ma spirituale, fondata sulla fede. Giuseppe è vero marito perché vive la pienezza del matrimonio come comunione di amore e custodia. Cristo compie la profezia di Osea

«Maria è più beata nel ricevere la fede di Cristo che nel concepire la carne di Cristo.
Infatti, a lei fu detto: Beata colei che ha creduto
(Agostino, Sermone 215, 4).

«Giuseppe fu chiamato sposo di Maria non per l’unione carnale, ma per la fedeltà del cuore.»
(Agostino, De nuptiis et concupiscentia I, 11).

«La parola: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” fu detta prima di Israele, figura del vero Figlio; ma si compie pienamente solo in Cristo.» (Sant’Agostino, Contra Faustum, XII, 26).

San Girolamo mostra che nella Santa Famiglia la castità non è negazione dell’amore, ma sua elevazione e che l’obbedienza di Gesù santifica l’obbedienza filiale.

«In Maria la verginità non distrugge il matrimonio, ma lo consacra.»
(San Girolamo, Adversus Helvidium 19).

«Colui che era soggetto a Maria e Giuseppe è lo stesso che è soggetto al Padre nei cieli.»
(San Girolamo, Commento a Luca 2,51).

Sant’Ambrogio presenta la Santa Famiglia come scuola di virtù quotidiane.

«Impara, o uomo, ciò che devi fare: Cristo obbedisce, Maria tace, Giuseppe custodisce.»
(Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, II, 51).

«Il Figlio di Dio non disdegnò di essere educato da una madre.»
(Sant’Ambrogio, De institutione virginis, 7).

Per San Leone Magno la Santa Famiglia è luogo di redenzione della vita familiare umana.

«Colui che è vero Dio nasce in una vera famiglia, affinché la nostra condizione fosse redenta nella sua totalità.»
(San Leone Magno, Sermone 22).