Quaresima

«Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12)

Riconosciamo la gioia nascosta della Quaresima perché questa non è tristezza ma è attesa, è come l’alba prima del sole. Essa non è semplicemente un periodo ascetico, ma un itinerario ecclesiale che integra conversione interiore, disciplina del digiuno, carità operosa e preparazione battesimale.

San Francesco d’Assisi ricordava nella sua Preghiera Semplice: «È dando che si riceve», ogni rinuncia fatta per amore prepara una pienezza più grande, ogni atto nascosto è seme di risurrezione.

Quaresima: dimensione ecclesiale e battesimale

La Quaresima è profondamente legata al Battesimo. Nella Chiesa antica era tempo di preparazione dei catecumeni e di rinnovamento dei fedeli.

«Questo tempo è tempo di penitenza e di preparazione: purifica l’anima per ricevere il Re.» (San Cirillo di Gerusalemme Catechesi I, 4 in: Catechesi prebattesimali e mistagogiche).

«Ciò che ogni cristiano deve fare in ogni tempo, ora deve praticarlo con maggiore sollecitudine e devozione.» (San Leone Magno, Sermo 40, 1 (De Quadragesima) in: Discorsi).

Il Catechismo insegna a celebrare ogni anno il grande mistero della Pasqua preparandosi mediante la Quaresima.

“A partire dal Triduo pasquale, come dalla sua fonte di luce, il tempo nuovo della risurrezione permea tutto l’anno liturgico del suo splendore. Progressivamente, da un versante e dall’altro di questa fonte, l’anno è trasfigurato dalla liturgia. Esso costituisce realmente l’anno di grazia del Signore. L’Economia della salvezza è all’opera nello svolgersi del tempo, ma dopo il suo compimento nella Pasqua di Gesù e nell’effusione dello Spirito Santo, la conclusione della storia è anticipata, «pregustata», e il regno di Dio entra nel nostro tempo.” (CCC 1168).

Ogni fedele è chiamato a rinnovare la grazia battesimale, rinunciando al peccato e professando nuovamente la fede. La conversione personale non è mai individualismo spirituale ma è inserimento più profondo nel Corpo di Cristo.

La speranza escatologica

La Quaresima orienta alla Pasqua, e la Pasqua apre all’escatologia perché ogni cammino penitenziale è tensione verso la Gerusalemme celeste.

Come ricorda il Catechismo la speranza cristiana è attesa fiduciosa della benedizione divina e della visione beatifica di Dio.

L’incredulità è la noncuranza della verità rivelata o il rifiuto volontario di dare ad essa il proprio assenso. «Viene detta eresia l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il Battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa; apostasia, il ripudio totale della fede cristiana; scisma, il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti». (CCC 2090).

Il digiuno prepara al banchetto del Regno, le lacrime della penitenza anticipano la gioia eterna. La Quaresima è un tempo di ritorno, un ritorno all’essenziale, a ciò che conta davvero. È un cammino di quaranta giorni che richiama i quaranta anni nel deserto d’Israele e i quaranta giorni di Gesù nel deserto.

La Quaresima è un invito che attraversa i secoli, non è solo un tempo liturgico ma un appello personale. Dio non parla alla folla indistinta, ma al cuore di ciascuno. In questi quaranta giorni siamo condotti nel deserto. Il deserto è luogo di prova, ma anche di intimità. È il luogo dove cadono le illusioni e rimane solo ciò che è vero.

«Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,2).

La Quaresima non è semplicemente un periodo ascetico, ma un tempo di grazia inserito nella dinamica del mistero pasquale. È un itinerario ecclesiale che orienta il credente verso la piena partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che i tempi e i giorni di penitenza nel corso dell’anno liturgico (il tempo della Quaresima…) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa.

I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell’anno liturgico (il tempo della Quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa. Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie). (CCC 1438).

La Quaresima, dunque, è un atto della Chiesa intera, Corpo di Cristo, che si dispone alla rinnovazione battesimale.

Il deserto è il luogo dell’incontro con noi stessi

Nel Vangelo, Gesù si ritira nel deserto prima di iniziare la sua missione. Non fugge dal mondo: si prepara ad amarlo fino in fondo. Il deserto è silenzio e nel silenzio emergono le nostre inquietudini, le nostre fragilità, le nostre paure. Ma proprio lì Dio parla.

Sant’Agostino scriveva:

«Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.» (Agostino, Le Confessioni, 1,1.5).

La Quaresima è il tempo in cui riconosciamo questa inquietudine e smettiamo di riempirla con distrazioni. È il tempo in cui permettiamo a Dio di essere Dio nella nostra vita. Nel silenzio del deserto, cadono le maschere. Restano la sete, la fragilità, il bisogno di Dio.

Un tempo di verità

All’inizio della Quaresima, la Chiesa ci ricorda:

«Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» oppure, «Convertitevi e credete al Vangelo».

Non è una minaccia, ma una liberazione.
Riconoscere la nostra fragilità ci rende veri, e solo chi è vero può incontrare Dio.

Un tempo di ritorno

La Quaresima non è un elenco di rinunce, ma un cammino verso l’incontro con Cristo.

Nel deserto, Gesù non combatte con la forza, ma con la Parola. Ogni tentazione è vinta restando ancorato al Padre.

Anche noi siamo chiamati a:

Pregare di più ritrovando il silenzio, ritrovando la relazione

  • La preghiera è elevazione dell’anima a Dio.

«La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti». Da dove partiamo pregando? Dall’altezza del nostro orgoglio e della nostra volontà o «dal profondo» (Sal 130,1) di un cuore umile e contrito? È colui che si umilia ad essere esaltato. L’umiltà è il fondamento della preghiera. «Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare» (Rm 8,26). L’umiltà è la disposizione necessaria per ricevere gratuitamente il dono della preghiera: l’uomo è un mendicante di Dio. (CCC 2559).

  • Senza preghiera la Quaresima diventa sforzo sterile.

Facciamo a noi stessi una proposta concreta, 10 minuti quotidiani di silenzio reale, riscopriamo l’adorazione, la preghiera silenziosa o la Liturgia delle Ore.

Digiunare facendo spazio nel cuore ordinando il desiderio a cosa più alte

  • Non è disprezzo del corpo, ma educazione della libertà.

La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la preghiera, l’elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a sé stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. (CCC 1434).

  • Digiunare da ciò che ci domina, non solo cibo ma da tutto quello che ci rende dipendenti.

Applicarsi concretamente al digiuno digitale, al digiuno dalle parole inutili e polemiche come ci indica Papa Leone XIV nella sua lettera per l’inizio della Quaresima 2026.

“Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.” (Messaggio del santo padre Leone XIV per la quaresima 2026).

Carità, come criterio di autenticità sia spirituale che materiale,

  • Non filantropia, ma partecipazione alla carità divina.
  • Rileggere e meditare Mt 25, 31-46.

Non facciamo la carità per sentirci migliori o forti, ma per amare di più.

 Un tempo di speranza

La Quaresima non finisce nel deserto ma conduce alla luce della Pasqua. Ogni piccolo passo, ogni rinuncia fatta per amore, ogni gesto nascosto prepara la gioia della Risurrezione perché il Signore non ci chiede perfezione, ma disponibilità.

La conversione

La vera conversione implica un cambiamento del cuore. La parola “conversione” può spaventare. Ma non significa diventare qualcun altro, significa diventare veramente noi stessi, secondo il disegno di Dio. Non è un cambiamento esteriore, ma un movimento interiore: tornare al centro.

Santa Teresa d’Avila diceva:

«Nulla ti turbi, nulla ti spaventi, solo Dio basta.» Convertirsi è riscoprire che solo Dio basta, che le nostre ansie non hanno l’ultima parola che i nostri fallimenti non definiscono la nostra identità.

La conversione implica un ritorno alla grazia battesimale

a) Metánoia: cambiare mentalità, non solo comportamento

  • La conversione è prima di tutto azione di Dio.

Il cuore dell’uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio conceda all’uomo un cuore nuovo. La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: «Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo» (Lam 5,21). Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati. (CCC 1432).

«Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione». (San Clemente Romano, Epistula ad Corinthios, 7, 4: SC 167, 110).

  • Non è moralismo, ma ritorno al Padre, rileggiamo meditando il Vangelo di Lc 15.

b) Dimensione interiore

  • La conversione è “del cuore”.

Come già nei profeti, l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, «il sacco e la cenere», i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza. (CCC 1430).

  • Evitiamo una Quaresima superficiale, fatta solo di rinunce esterne.

Il cuore della Quaresima è la conversione, la quale non è solo cambiamento morale, ma ritorno alla comunione con Dio.

Non siamo noi a salvarci con i nostri sforzi ascetici. È la grazia preveniente che suscita in noi il desiderio di tornare. La penitenza cristiana è risposta all’amore misericordioso del Padre.

Qui risuonano le parole di Sant’Agostino:

«Concedi ciò che comandi e comanda ciò che vuoi.» (Agostino, Confessioni Libro decimo, 29).

Ogni autentico cammino quaresimale nasce dall’iniziativa divina.

Penitenza e sacramento della Riconciliazione

La confessione come incontro con Cristo medico

  • Nel sacramento riceviamo il perdono e la pace. Il Catechismo afferma:

«Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera». (CCC 1422).

E ancora:

  • «La conversione interiore urge ad esprimersi in segni visibili, gesti e opere di penitenza».

Come già nei profeti, l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, «il sacco e la cenere», i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza. (CCC 1430).

  • Non solo “cancellare peccati”, ma ricostruire la comunione.

La dimensione penitenziale della Quaresima trova il suo vertice nel sacramento della Riconciliazione.

La cenere imposta sul capo all’inizio della Quaresima non è un simbolo generico di fragilità, ma un segno ecclesiale di appartenenza a un popolo che cammina verso la purificazione del cuore.

Digiuno, preghiera, elemosina: le opere della penitenza

La tradizione quaresimale si fonda sulle tre opere indicate da Cristo (cf. Mt 6).

Il Catechismo le riassume così: ci insegna che la conversione si esprime in molte forme ma in particolare nel digiuno, nella preghiera e nell’elemosina.

La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiunola preghiera, l’elemosina,26 che esprimono la conversione in rapporto a sé stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo, l’intercessione dei santi e la pratica della carità che «copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4,8). (CCC 1434).

Digiuno

È partecipazione alla povertà di Cristo. È esercizio di libertà. Non è disprezzo del corpo, ma ordinamento dei desideri secondo la carità.

Il digiuno non è mortificazione sterile. È allenamento del cuore.
È dire: “Non tutto ciò che posso fare mi serve davvero.”

Possiamo fare nostra questa famosa frase, attribuita a San Basilio, che dice «Il digiuno nasce dal paradiso.» Questo insegnava perché nel paradiso l’uomo era libero. Il digiuno ci restituisce libertà, ci aiuta a distinguere tra bisogno e desiderio, tra essenziale e superfluo.

“Rispettate l’antichità del digiuno che è iniziato con il primo uomo, che è stato prescritto nel paradiso terrestre. Adamo ricevette questo primo precetto: Non mangerete il frutto dell’albero della scienza del bene e del male (Gn 2, 17). Questa difesa è una legge di digiuno e astinenza. Se Eva si fosse astenuta dal mangiare il frutto dell’albero, ora non avremmo bisogno di digiunare. Non sono quelli che sono in buona salute, ma i malati che hanno bisogno di un medico (Mt 9, 12). Il peccato ci ha fatto delle ferite, guariamole con la penitenza: ora la penitenza senza digiuno è inutile. La terra maledetta vi produrrà rovi e spine (Gn 3, 17).” (Omelie, discorsi e lettere scelti da San Basilio il Grande, tradotti da M. l’Abbé Auger, Guyot, Lione 1927).

Possiamo descrivere alcuni significati legati a questa espressione di San Basilio:

  • Origine nel Paradiso Terrestre: L’idea è che il digiuno sia il primo comandamento dato da Dio all’uomo nel giardino dell’Eden, quando disse di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male (Genesi 2,17). Il digiuno, in questo senso, rappresenta l’obbedienza e la rinuncia alla propria volontà.
  • Significato Spirituale: Non è visto solo come una privazione fisica, ma come un “allenamento al bene”, una forma di ascesi che avvicina a Dio e aiuta a dominare le passioni.
  • Il digiuno gradito a Dio: Nella tradizione cristiana, il vero digiuno è strettamente legato alla carità e alla giustizia. Come sottolineato nel libro di Isaia (58,6-7), il digiuno che Dio gradisce implica “sciogliere le catene della malvagità” e aiutare gli oppressi, non solo astenersi dal cibo.

“Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?” Isaia (58,6-7).

In sintesi, la frase eleva il digiuno da semplice pratica dietetica a un atto spirituale profondo, finalizzato a restituire all’uomo la comunione con il divino, simile a quella vissuta nel paradiso terrestre.

«Il digiuno non consiste nell’astenersi soltanto dai cibi, ma nell’astenersi dai peccati.
Se digiuni, mostrarmelo con le opere.» (San Giovanni Crisostomo, Omelie sulle statue, III, 19, Omelie al popolo di Antiochia, trad. it., Città Nuova, Roma).

«Il digiuno purifica l’anima, eleva la mente, sottomette la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umile.» (Agostino, Discorso 205, 2).

Preghiera

È elevazione dell’anima a Dio.

«La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti». Da dove partiamo pregando? Dall’altezza del nostro orgoglio e della nostra volontà o «dal profondo» (Sal 130,1) di un cuore umile e contrito? È colui che si umilia ad essere esaltato.3 L’umiltà è il fondamento della preghiera. «Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare» (Rm 8,26). L’umiltà è la disposizione necessaria per ricevere gratuitamente il dono della preghiera: l’uomo è un mendicante di Dio. (CCC 2559).

La Quaresima è scuola di orazione più intensa, che purifica l’intenzione e orienta tutto alla gloria di Dio. Qui possiamo ricordare Santa Teresa d’Avila, che definiva la preghiera:

“L’orazione a mio parere, non è altro che un intimo rapporto di amicizia, nel quale ci si trattiene spesso da solo a solo con quel Dio da cui ci si sa amati” (Santa Teresa, Vita 8,5).

La preghiera non è accumulo di parole, ma relazione, è stare davanti a Dio senza maschere.

Un aneddoto nella vita di San Giovanni Maria Vianney, o Curato d’Ars, diceva:

«Io lo guardo e Lui mi guarda»,

è una celebre frase che descrive l’essenza della preghiera di contemplazione e adorazione, attribuita a un contadino parrocchiano di San Giovanni Maria Vianney. Indica un dialogo silenzioso, intimo e reciproco tra l’anima e Gesù Eucaristia, basato sulla semplice presenza e amore.

La Quaresima è il tempo per riscoprire questo sguardo. Non serve pregare meglio, ma pregare di più con il cuore perché anche pochi minuti di silenzio possono trasformare una giornata.

Elemosina

È esercizio concreto della carità teologale, non semplice filantropia, ma partecipazione all’amore stesso di Dio per i poveri.

Non c’è vera Quaresima senza carità perché se la preghiera ci unisce a Dio, la carità ci unisce ai fratelli.

San Giovanni Crisostomo ammoniva:

Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo», confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.
Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti, l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa’ che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro.
Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l’elemosina. Dio, infatti, accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri.
Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?
Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello. (Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo, Om. 50, 3-4; PG 58, 508-509).

La carità non è solo elemosina materiale. È tempo donato, ascolto offerto, perdono concesso. È uscire da sé stessi per donarsi agli altri.

Conclusione

In conclusione, qual è l’effetto dopo aver meditato sulla Quaresima e il suo significato nell’intimo della nostra anima? Per Agostino la dimensione penitenziale non è limitata a quaranta giorni, ma caratterizza l’intera esistenza cristiana, questo tempo in effetti, per il cristiano, non termina, come ci insegna Agostino:

«Tutta la vita del cristiano è una santa Quaresima.» (Agostino, Sermo 39, 1).

Possiamo sicuramente ribadire che emerge una visione unitaria su cui poggiare:

  • Il digiuno è restaurazione dell’ordine della creazione.
  • La conversione è ritorno al cuore.
  • La carità è criterio di autenticità.
  • La Quaresima è tempo ecclesiale ordinato alla Pasqua.

La disciplina ascetica è, e sarà, sempre orientata alla comunione con Cristo e alla trasformazione pasquale dell’esistenza come fine ultimo. La lotta spirituale a cui siamo sottoposti e la dimensione penitenziale non è limitata a quaranta giorni, ma caratterizza l’intera esistenza del cristiano.

Sant’Agostino ci lascia alcune frasi da meditare e approfondire

Digiuno, preghiera ed elemosina: Agostino riprende qui la triade evangelica (Mt 6) come fondamento della pratica quaresimale.

«Queste sono le tre opere per cui la pietà cresce: il digiuno, la preghiera e l’elemosina.» (Agostino, Sermo 206, 2).

Il digiuno unito alla carità: per Agostino il digiuno non ha valore se non si traduce in misericordia concreta.

«Il digiuno senza l’elemosina è come una lampada senza olio.» (Agostino, Sermo 207, 1).

Condividere ciò che si risparmia: è una delle espressioni più citate della predicazione agostiniana sulla Quaresima.

«Ciò che togli al tuo ventre, donalo al povero.» (Agostino, Sermo 209, 3).

Il vero sacrificio: Agostino insiste che la conversione interiore vale più delle pratiche esteriori.

«Il sacrificio gradito a Dio è lo spirito contrito; un cuore affranto e umiliato Dio non disprezza.» (Agostino, Enarrationes in Psalmos 50 (51), 19).

La conversione del cuore: un richiamo costante alla metanoia, cuore del cammino quaresimale.

«Ritornate al Signore con tutto il cuore.» (Agostino, Sermo 19, 2).